Afferrare l’inafferrabile. La sfida della responsabilità sociale nella mia idea di ricerca

Ormai sono passati anni, da quando ho cominciato a lavorare nel settore della cultura. Prima lavoravo nel settore sociale, durante l’università, e poi la strada mi ha portato altrove. In un certo senso è come se avessi tenuto sempre stretta la stessa fune di sicurezza, per la paura di perdermi, o di perdere l’idea che mi guidava. Dopo anni trascorsi a lavorare con i bambini e con gli immigrati, mi sono trovato a studiare le diversità, le meravigliose e complicatissime frammentazioni della società umana. Religioni, prevalentemente, e storie sociali, che mi hanno fatto smarrire, mille e più volte, negli orizzonti del dubbio e dell’incomprensione. Credo che il lavoro culturale sia il lavoro sporco, quello da fare con le mani nel fango, per dissodare, per preparare il terreno, per estirpare le idee infestanti. Mi fa sorridere, perché chi lo fa crede di fare chissà cosa, ma resta un lavoro di servizio agli uomini. La mia storia mi porta a pensare a questo.

Ciascuno di noi porta sulle spalle il peso, costante e inconfondibile, dell’esperienza e della strada percorsa. Ciascuno è il risultato di una mediazione strana, spesso irregolare, tra ciò che si sperava di divenire e ciò che gli eventi e le persone hanno portato ad essere. Vale per la vita professionale, vale per la vita privata. Lo scopo di questo spazio virtuale è semplicemente quello di cercare di afferrare l’inafferrabile, di dare una persistenza ad un’esperienza sfuggente, per sua natura destinata a perdersi.

Il mio percorso personale, a tratti apparentemente incoerente, mi ha portato a sviluppare delle competenze e a sperimentare delle ibridazioni di prospettive che, per puro caso o per fortuita coincidenza, hanno prodotto risultati. La vocazione che orienta la mia etica professionale nasce dalla consapevolezza di dover condividere ciò che per me è stato prezioso, ciò che ha rappresentato la fertilità di un terreno di indagine o di intervento.

In questo spazio ho la presunzione di voler riunire in un unico luogo le mie prospettive di lavoro, le mie esperienze, gli strumenti che di volta in volta mi sono trovato a utilizzare, o a dover produrre dal nulla. La mia speranza è che la natura sfuggente che spesso caratterizza il lavoro intellettuale, costretto alla volatilità da un marcato timore di condividere ciò che si produce, possa trovare una forma di sedimentazione in queste pagine immateriali.

Per chi lavora nell’ambito della cultura i tempi che si possono presagire non mostrano nulla di buono, all’orizzonte. Il futuro, mai come ora, deve essere immaginato, sognato, reinventato. Spero che gli strumenti condivisi, le metodologie proposte, le esperienze raccontate, possano essere utili per qualcuno. Se nessuno riuscirà a trovare ciò che ho l’ambizione di trasmettere, vorrà dire che questo spazio sarà, soltanto per me, il luogo ideale per osservare le mie idee incostanti dall’esterno.

Lavorerò con calma, prendendomi tutto il tempo necessario, selezionando i materiali in base a criteri di utilità non troppo rigidi. Inserirò recensioni e schede di lettura, rassegne sitografiche e materiali di lavoro, concedendomi, di tanto in tanto, la vanità di qualche riflessione personale. Ho la fortuna di vivere in un contesto di costante fermento, in una rete di progetti e di sfide che lasciano intendere un futuro certamente movimentato. Le mie idee e le mie valutazioni partiranno esclusivamente da quello.

Si riflette e si discute solo a partire dall’esperienza. Non sono un amante delle teorie, e credo, al contrario, che la cultura debba essere coltivata. Con le mani, prima ancora che con la parola. Forse c’è bisogno non solo di pensiero puro, ma anche di sano, doveroso, sacrosanto sudore della fronte. Così la vedo io. Per questo motivo sarò felice di poter tracciare e percorrere, con chi lo vorrà, percorsi di riflessione e di esperienza condivisa. Fin da ora felice di tuffarmi in questo spazio virtuale.